Benvenuti nel sito del CGIE - Torna alla pagina iniziale

Home

informazioni

www.cgie.it - Consiglio Generale degli Italiani all'Estero

Parlamentari

Circoscrizione estero

Relazione del Segretario Generale Elio Carozza

Illustrata in apertura dei lavori dell'Assemblea Plenaria del CGIE

Care e cari Consiglieri del CGIE a voi tutti il saluto pi sentito del Comitato di Presidenza. A nome di tutto il CGIE saluto e ringrazio i rappresentanti del Governo, del Parlamento, delle Regioni e dell'Amministrazione per la presenza e i contributi che porteranno ai nostri lavori.

Un saluto particolare ai giovani.

A loro devo innanzitutto i più sinceri ringraziamenti per aver saputo e voluto raccogliere l'invito a partecipare ai nostri lavori, nonostante i tempi strettissimi con i quali sono stati informati.

Avete, cari giovani, ancora una volta dimostrato la vostra volontà di partecipazione e di legame con l'Italia.  Avete dato prova, se ancora ce n’era bisogno, di grande maturità, cercando e trovando in brevissimo tempo e con una larga consultazione, l'accordo su chi doveva partecipare a questa giornata. Sono certo che la vostra partecipazione porterà, come ribadito dal Presidente della Repubblica, "nuova linfa" nei lavori del CGIE e soprattutto nelle nostre Istituzioni Nazionali e Regionali.

Linfa che arriverà anche dai vostri colleghi invitati dalle Regioni, che hanno partecipato alla vostra riunione di ieri e che con voi hanno assistito ai lavori dell'Assemblea Plenaria della Conferenza Stato-Regioni-Province autonome-CGIE.

Considero una rinnovata opportunità questo vostro incontro.

L’incontro di giovani in rappresentanza di migliaia, o meglio di milioni, di altri giovani di origine italiana residenti nei cinque continenti, che a un anno di distanza dalla Conferenza Mondiale, vuole avere la presunzione di stimolare e chiedere al nostro Paese, nel suo insieme, di dare continuità e futuro nel dialogo con le nostre comunità all’estero.

Questo è l'intento con il quale il CGIE ha intrapreso tre anni fa il cammino di raccordo con voi giovani. E grazie alla risposta che voi avete dato, siamo riusciti insieme a tenere quella significativa assise, che è e deve restare un punto di partenza e non di arrivo. Tutta la giornata dell'Assemblea del CGIE di domani sarà dedicata alla verifica del dopo Conferenza.  Ascolteremo i vostri interventi e da essi capiremo meglio ciò che è avvenuto tanto a livello nazionale quanto, e forse soprattutto, in ogni Paese.

Abbiamo la sensazione che il dopo Conferenza abbia piuttosto portato i suoi frutti grazie al lavoro e all'impegno di ognuno dei partecipanti alla Conferenza nei vostri Paesi di residenza.

Premessa e Abruzzo

A nome del Comitato di Presidenza, care e cari Consiglieri del CGIE, avevo aperto la precedente Plenaria con accenti di turbamento, di preoccupazione e fors’anche di risentimento.

Li ricordo in questo momento solo per comprendere insieme a voi se la situazione dei primi mesi dell’anno abbia subito significative variazioni e, in caso affermativo, in quale direzione.

Il turbamento era legato alle emozioni suscitate in noi e tra le nostre comunità dal terremoto dell’Aquila.

Quelle emozioni oggi si sono forse attenuate, ma certamente non sono venuti meno la nostra vicinanza alle persone che, soprattutto in questo periodo invernale, risentono quotidianamente delle conseguenze più dirette di questa tragedia e, nello stesso tempo, la determinazione a fare tutto quello che è possibile per aiutarle a ritornare al più presto a una condizione di vita accettabile.

La nostra attenzione e il nostro impegno riguardano anche la città e il territorio colpito, affinché siano restituiti al più presto al patrimonio culturale e ambientale dell’Italia, il più bello e il più ricco del mondo, che dal terremoto aquilano ha ricevuto una ferita profonda.

Gli accenti di preoccupazione riguardavano in quella occasione il grave ridimensionamento degli investimenti rivolti alle nostre comunità all’estero e il profilarsi di un intervento sulle nostre istanze di rappresentanza, che rischiava di svuotarle della loro funzione rappresentativa e di avviarle a una progressiva marginalità.

 

Visione generale

Quello che più ci colpiva era l’intreccio tra tagli, ridimensionamento della rete consolare e svuotamento della rappresentanza, che sembrava soffocare una lunga vicenda storica e cancellare positive e feconde esperienze maturate nel vivo della nostra vicenda emigratoria.

Il risentimento – sì, anche quello, non lo nego – nasceva da alcune affermazioni tendenzialmente liquidatorie sul futuro del CGIE, fatte dal titolare della delega per gli italiani nel mondo, in Parlamento.

Considerazioni che non hanno avuto né allora né oggi alcuna smentita.

Il confronto, pur aspro e con indiscutibili risvolti emotivi, ci ha consentito di uscire da quella Assemblea con qualche impulso positivo, che è stato poi ripreso e sviluppato dal Comitato di Presidenza e dalle riunioni continentali che hanno fatto seguito al nostro incontro di maggio.

Mi riferisco, ad esempio, all’impegno di recuperare alcune risorse – non molte, ma certamente utili – per reintegrare i gravi tagli ai corsi di lingua e cultura italiana.

Mi riferisco, ancora, all’impegno di non scendere per l’assistenza al di sotto dei livelli di guardia già raggiunti con il bilancio assestato di quest’anno: il 2009.

Mi riferisco anche a ciò che positivamente è avvenuto nella Commissione Esteri della Camera, dove con un apprezzabile lavoro trasversale, si è invitato il Governo a sospendere il programma di chiusura dei consolati e a riproporre soluzioni meno drammatiche e penalizzanti.

In un quadro così difficile e deludente, però, non sono mancati, in quella occasione e successivamente, momenti di reazione e punti di maggiore sicurezza.

Penso al dialogo con il gruppo di giovani, che con un lungo e attento lavoro da parte nostra e loro, sono diventati non estemporanei interlocutori del CGIE, ma riferimento costante e attivo.

Ciò ci consente di guardare alla Conferenza di dicembre non come a uno dei tanti eventi che si susseguono nel nostro mondo e che finiscono col lasciare poca traccia di sé a breve distanza dal loro svolgimento.

Su di loro, comunque, tornerò più avanti in questa mia relazione.

L’altro punto di reazione e di certezza riguarda la coesione che in quella occasione abbiamo dimostrato.

Molti di noi hanno maturato in questo organismo una lunga esperienza e ricordano molti passaggi, buoni e meno buoni, del nostro cammino di italiani all’estero.

Credo che non sia facile ricordare un particolare momento: quello in cui abbiamo riaffermato il valore e l’autonomia dei nostri istituti di rappresentanza – COMITES e CGIE – nel quale, al di là delle particolari appartenenze e dei rispettivi orientamenti culturali, ci siamo trovati tanto uniti e tanto impegnati nel difendere non solo la funzione, ma la stessa dignità degli italiani all’estero e delle loro comunità.

Non sono mancati coloro che hanno pensato e detto e altri che lo hanno solo sussurrato, che si è trattato di una scelta corporativa, uno scatto di autodifesa di chi non riesce a vedere oltre i suoi personali interessi.

Costoro non hanno capito, o fanno finta di non capire, che noi sentiamo interamente la responsabilità di evitare che il mondo al quale apparteniamo sia ridimensionato e ricacciato indietro dopo tutti i sacrifici che si sono fatti per aprire un varco di riconoscimento e di ascolto delle nostre ragioni anche in Italia.

Qualcuno fa finta di non capire che noi siamo non solo uniti e fermi in questo proposito, e lo saremo fino in fondo, ma che – ad esempio – siamo addirittura più uniti nella difesa dei COMITES di quanto non lo siamo nella difesa del ruolo e dell’autonomia dello stesso CGIE.

Abbiamo ricevuto un mandato e assunto una responsabilità che è istituzionale, politica ed etica, e cercheremo di onorarli fino alla fine.

Ho voluto dirlo all’inizio di questa mia relazione, quasi in premessa del lavoro che dobbiamo compiere in questi giorni, perché nessuno si illuda di potere arrivare a delle soluzioni penalizzanti sulla base della nostra stanchezza, di aprire dei varchi nei quali far passare politiche di ridimensionamento.

Questo è accaduto nei mesi scorsi e nell’ultima Assemblea. Rispetto a quelle posizioni, a che punto siamo oggi?

Ho appena detto che non ci metteremo su un piano di delusione e di vuote recriminazioni, che lascerebbero procedere le cose nel loro verso.

Ce ne sarebbero tutti i presupposti, ma – ripeto – non lo faremo perché sentiamo in modo troppo vivo le nostre responsabilità verso le comunità che rappresentiamo.

Ci era stato promesso che il Governo avrebbe, per gli anni futuri, cercato di mantenere gli standard di spesa; sia pure ridimensionati dagli ultimi documenti finanziari dello Stato e, invece, nel Bilancio di previsione per il 2010 mancano altri 30 milioni di euro circa dalla dotazione della Direzione Generale per gli italiani all’estero e per le politiche migratorie.

Le parole, evidentemente, se le porta il vento, mentre le cifre contenute nel bilancio triennale, che sembravano solo una minaccia – come dire, una minaccia per memoria – sono scolpite nella roccia e si traducono anno per anno in un puntuale e lugubre appuntamento.

Che cosa si può fare di concreto per evitare che questa mannaia cada con sistematica violenza sugli investimenti per le nostre comunità?

Finora abbiamo protestato le nostre ragioni presso tutte le sedi istituzionali: il Governo, il Parlamento, i Comitati per gli italiani all’estero, i gruppi parlamentari, le forze politiche e via dicendo.

Continueremo a farlo, ma per essere franchi, nelle mani, oltre alle nostre buone ragioni e alla nostra determinazione, noi non abbiamo che un’arma: informare le nostre comunità, nel modo più capillare possibile, che queste sono le scelte che il Governo e il Parlamento compiono nei loro confronti.

Non è possibile che queste cose avvengano senza che ci sia una risposta e senza che nessuno paghi un prezzo.

Ogni delegazione nazionale, ognuno di noi, si preoccupi di vedere come realizzare, in collaborazione con i COMITES, circoscrizione per circoscrizione, incontri in cui sia possibile conoscere con chiarezza la realtà dei fatti e si cerchi di organizzare una linea di difesa permanente delle nostre comunità.

La cosa peggiore che può accadere è che queste misure generino sfiducia, qualunquismo, spirito di abbandono.

Vi chiedo di discutere, nel corso dei nostri lavori, non solo dei problemi aperti, ma anche del modo come si debba e si possa reagire.

Una seconda possibilità sta nel fatto che i nostri parlamentari, tutti, senza distinzione di schieramento, facciano insieme un’opera ragionata di resistenza ai tagli e di pressione per ripristinare il giusto e il necessario.

So bene che spesso le decisioni, in questo Parlamento, sono prese altrove e passano sulla testa dei singoli rappresentanti, ma avere un gruppo trasversale, compatto, che in condizioni di emergenza faccia prevalere le posizioni comuni sulle pur legittime distinzioni, può essere di aiuto e forse può anche permettere di penetrare tra le crepe di scelte finanziarie che si presentano rigide, quasi marmoree.

Un’occasione immediata è data dalla necessità di difendere disperatamente i fondi per l’assistenza, che già quest’anno hanno ricevuto un colpo durissimo.

Anche in questo caso ci era stato assicurato il mantenimento degli standard precedenti, ma alla prova dei fatti mancano, tondi tondi, 6 milioni di euro.

Mi sono imposto fin dall’inizio di evitare reazioni fuori dalle righe e cerco di mantenere l’impegno.

Non posso fare a meno di chiedere, però, questa volta a nome di tutti voi, quale sia stata la ragione di questa decurtazione?

Soprattutto in presenza, non solo delle croniche situazioni di disagio sociale esistenti nei Paesi dove le tutele sociali sono labili (come in alcune realtà dell’America Latina), ma anche dell’accresciuta domanda di assistenza derivante dalle ripercussioni della crisi sociale a livello mondiale e della necessità di salvaguardare, e semmai di sviluppare, le convenzioni sanitarie stipulate in alcuni Paesi del Sud America.

Nel corso della Conferenza permanente Stato-Regioni-CGIE, abbiamo approfittato dell’autorevole presenza del Sottosegretario Letta per approvare e consegnargli un ordine del giorno contenente le nostre richieste, assolutamente responsabili, anzi minime.

Confido che mantenga la promessa di parlarne al Ministro Tremonti in modo positivo. In ogni caso la nostra vigilanza non deve attenuarsi in nessun momento.

Quest’anno, infatti, quella dell’assistenza diretta è la linea assoluta di resistenza.

Non ci sono ragioni che possano legittimare un ulteriore taglio nelle condizioni nelle quali si trova una fascia non lieve di nostri connazionali.

Anche in questo caso noi faremo la nostra parte, ma chiediamo al Ministro degli Esteri e al Sottosegretario Mantica di considerare il recupero delle risorse che mancano per l’assistenza come un’assoluta priorità.

Nello stesso tempo diciamo ai nostri parlamentari, a tutti, indistintamente, di fare tutto quello che è necessario per fronteggiare la situazione di assoluta emergenza che si verrebbe a creare.

Insieme all’assistenza diretta ai nostri connazionali, il punto centrale di questa Plenaria è quello della rappresentanza.

C’è una novità tanto grave quanto rilevante.

Il relatore del comitato ristretto del Senato, che è stato incaricato di elaborare un testo unificato delle varie proposte presentate, ha ultimato una bozza di legge che ha mandato in consultazione a noi e ai parlamentari.

Questa bozza, stando ad alcune dichiarazioni rilasciate a un’agenzia di informazione da parte del Sottosegretario Mantica, avrebbe anche il consenso del Governo o almeno la personale condivisione del titolare della delega per gli italiani nel mondo.

Dopo una lettura attenta della bozza Tofani debbo dire con obiettiva rispondenza al testo che si tratta di una proposta costruita lungo un solo versante politico e concettuale.

È noto a tutti che in Parlamento si confrontano due linee distinte, anzi opposte, che con un’approssimazione di cui mi scuso si possono riassumere in questo modo: quella della riduzione del numero dei COMITES e del superamento del ruolo storico del CGIE; quella di un mantenimento della rete della rappresentanza di base con le attuali caratteristiche e della riorganizzazione del CGIE, salvaguardandone tuttavia il ruolo di organismo di rappresentanza generale.

La proposta Tofani è tutta collocata nell’ottica della prima versione, anzi ne appesantisce alcune soluzioni e ignora completamente le proposte di altri parlamentari che hanno manifestato un orientamento in senso diverso.

In concreto, la bozza del senatore Tofani è agli antipodi anche delle linee di autoriforma che questa Assemblea Plenaria ha approvato in una sessione del recente passato e ha ribadito a più riprese, anche nell’ultima Assemblea.

Di che cosa si tratta?

Intanto c’è la scelta di riorganizzare l’intera rappresentanza con un solo provvedimento.

Una scelta che abbiamo contrastato e continueremo a contrastare perché porta a sconvolgere il numero dei COMITES per renderlo funzionale a un determinato modello di CGIE e perché, nello stesso tempo, sacrifica completamente l’autonomia del CGIE e ne segna il definitivo superamento.

La proposta, comunque, parte dalla fissazione di uno standard molto più alto di cittadini residenti per l’istituzione di ciascun COMITES: 20.000 per l’Europa, 15.000 per le Americhe, 10.000 per l’Australia, 5.000 per l’Africa

Con la possibilità di crearne almeno uno in ogni Paese alla condizione che ci siano almeno 5.000 cittadini residenti.

Non sappiamo quale sia il numero dei COMITES che sarebbero eliminati o accorpati, ma ognuno di noi, per la situazione che meglio conosce, può fare un rapido calcolo.

La conseguenza più immediata è quella di allontanare la rappresentanza di base dal territorio e dal corpus pulsante di ogni singola comunità.

Qualcuno ha valutato anche le conseguenze che ne deriverebbero sulla possibilità per ogni cittadino di partecipare concretamente, se lo vuole, alla vita civile della comunità?

Probabilmente no, perché non oso pensare che possa essere proprio questo l’obiettivo che qualcuno voglia perseguire.

Non ci viene detto, inoltre, quali saranno le conseguenze sul sostegno all’integrazione nelle realtà di residenza.

L’integrazione, infatti, non si fa mandando messaggi al vento, ma sul posto di lavoro, a scuola, nel quartiere, nel sistema abitativo, in quello dei trasporti, cioè nella vita di ogni giorno.

Il secondo punto per così dire "qualificante" della bozza è l’eliminazione del mondo associativo nel circuito di formazione dei COMITES e nell’elezione dei membri del CGIE, nella quale le associazioni integrano l’assemblea elettorale per un terzo in Europa e fino al 45% nelle altre realtà.

La rappresentanza sociale viene dunque radicalmente tagliata, anzi la sostanza sociale della rappresentanza politico-istituzionale a livello di base viene espiantata.

La rappresentanza sociale che finora si è espressa attraverso le associazioni laiche e religiose, generali e locali, tematiche e territoriali, quella trama di associazioni che è stata la forza e l’anima della rappresentanza di base, viene cancellata.

Essa viene sostituita con una rappresentanza di matrice puramente elettorale, anzi elettoralistica, realizzata intorno a una legge di natura maggioritaria, che prevede liste costruite intorno alla figura del candidato Presidente del COMITES, che è anche candidato in pectore alla presidenza dell’INTERCOMITES e a componente del CGIE.

Il maggioritario non prevede alcuna soglia di consenso, sicché in caso di molte liste, quella che raggiunge un livello anche ridotto, può vedersi riconosciuta automaticamente la maggioranza dei seggi.

Nelle nostre comunità, insomma, la nuova vita civile e politica si organizzerà interamente intorno alle figure dei candidati Presidenti e intorno a quelle dei candidati al Parlamento.

In veste moderna, tornano i "prominenti", questa volta con il sostegno delle leggi votate nel Parlamento della Repubblica.

La riduzione del radicamento sociale continua con l’assottigliamento della presenza delle persone d’origine. Nei COMITES entrano solo le figure che danno lustro alla comunità (altri "prominenti"?), mentre nel CGIE scompaiono del tutto. Nel disegno "riformatore" di chi si accinge a votare la proposta Tofani, il CGIE così come è oggi è completamente superato. Non solo, come dirò, cambia natura, ma cambia anche nome, perché diventa CIE, Consiglio degli Italiani all’estero.

La cancellazione dell’attribuzione "Generale" non è, naturalmente, di ordine puramente lessicale, ma di sostanza istituzionale.

Il Consiglio, infatti, cessa di essere organismo di rappresentanza generale degli italiani all’estero e diventa semplicemente luogo di raccordo tra diverse istanze. Per il mondo associativo arriva la soluzione finale.

Con l’eliminazione della quota di nomina governativa, viene cancellata anche la presenza delle associazioni, dei sindacati e dei patronati, delle associazioni dell’informazione ecc.

L’articolata quota di nomina governativa è sostituita dalla presenza di diritto dei rappresentanti delle Regioni.

In questo modo, essendo i Presidenti dei COMITES membri di diritto del CGIE, nasce un organismo che per i due terzi o forse per i tre quarti dei suoi ottanta membri è composto da membri di diritto, svuotato completamente di forza rappresentativa.

Gli unici eletti sarebbero i membri aggiunti, scelti dagli INTERCOMITES tra i consiglieri dei COMITES. Per quanto riguarda le funzioni da svolgere, il nuovo sistema di rappresentanza è attraversato da un trasversale attivismo redazionale. Nel senso che il compito fondamentale del COMITES è quello di approvare una relazione sullo stato e sulle necessita della comunità di riferimento.

Il compito degli INTERCOMITES è quello di fare una nuova relazione da inviare al CIE tenendo conto di quelle precedenti.

Il compito del CIE diventa dunque quello di fare due relazioni, una programmatica e un’altra a consuntivo, da mettere nelle mani degli eletti della Circoscrizione Estero.

E il Governo, titolare delle politiche migratorie? Semplicemente scompare: nebbia in Val Padana…

Io non so se gli eletti della Circoscrizione Estero siano consapevoli della trappola mortale che si stanno preparando con le loro mani, diventando i terminali di tutte le istanze delle nostre collettività. Il rischio è che essi, riservandosi i contatti finali con tutte le istituzioni dello Stato, ammesso che sia concretamente possibile, diventino non i difensori delle comunità, ma le controparti delle comunità.

Proviamo a immaginare per un momento che la bozza Tofani sia già legge dello Stato.

I COMITES esprimono le loro valutazioni sulle politiche per la lingua e la cultura, per l’assistenza, l’informazione, ecc. ed è facile immaginare con quale stato d’animo. Gli INTERCOMITES riassumono a livello nazionale queste prese di posizioni. Il CGIE le riorganizza a livello continentale e a quello internazionale, mettendoci il suo carico ed esprimendo naturalmente le sue valutazioni sull’aria che tira in materia di politiche migratorie.

Tutto questa materia incandescente, con il suo corredo di esplosiva reattività per le scelte che si vanno facendo da qualche tempo, viene affidata ai parlamentari all’estero.

Che faranno i nostri rappresentanti? Andranno dal Tremonti di turno a dire di ripensarci? E quando costui li rinvierà al ministro di competenza, andranno dal Ministro degli Esteri a dire di disporre diversamente le poste del bilancio del suo ministero? E quando il Ministro degli Esteri, disperato per la parte sua, dirà che non ha risorse sufficienti, ritorneranno dal Tremonti di turno per cercare di fare cassa?

E dopo questo avanti e indré, chi tornerà presso le comunità a dire quali sono le poche cose che si possono fare e quali le molte che non si possono fare: gli eletti all’estero?

Quelli di maggioranza o quelli di minoranza? O tutti insieme per schierarsi davanti ai nostri connazionali perché possa iniziare finalmente il tiro al bersaglio?

Scusate la franchezza, ma a me tutto questo sembra un grande pasticcio.

Si sta distruggendo una cosa collaudata e che funziona, che potrebbe magari funzionare meglio con opportuni interventi di riorganizzazione e di riforma, per imbarcarsi in un’avventura confusa e con prospettive nebulose. Così come è pasticciata la soluzione dell’organica presenza delle Regioni al posto del mondo associativo e sindacale. Proprio nel momento in cui si è celebrata la III^ Conferenza Stato-Regioni-CGIE e ci si accinge a rimettere mano alle riforme costituzionali.

Nella III^ Conferenza abbiamo appena approvato all’unanimità un documento nel quale abbiamo deciso di corrispondere alla forte esigenza di coordinamento con le Regioni, collegandoci più strettamente con la Conferenza Stato-Regioni e aprendo specifici tavoli di concertazione. Abbiamo anche appreso che alcuni parlamentari si propongono di dare una più organica soluzione normativa a questa esigenza. Lo stesso Senato, inoltre, che in una sua commissione esaminerà la bozza Tofani, approverà in Aula una risoluzione sulle riforme.

Una delle indicazioni più sicure, perché sostenute dal consenso di tutti, sarà quella del Senato federale, dove si ritroveranno i rappresentanti delle Regioni e parte o tutti i parlamentari eletti all’estero.

Che senso ha creare proprio in questo momento un doppione?

Come il CGIE potrà rivolgersi con forza contrattuale e anche criticamente al Senato Federale se i componenti dovranno rivolgersi ai rappresentanti delle loro stesse istituzioni di provenienza?

Che senso ha togliere al CGIE il suo ruolo di rappresentanza generale e la sua autonomia per realizzare un’attività di coordinamento, che è qualcosa di meno, quando questo coordinamento si può realizzare in una rinnovata Conferenza Stato-Regioni-CGIE, incardinata presso la Conferenza Stato-Regioni e rafforzata nelle sue prerogative?

Quando muoviamo queste critiche, voglio dirlo chiaramente, lo facciamo non ignorando i limiti e i ritardi che l’attuale sistema presenta.

Quando parliamo del ruolo indispensabile dell’associazionismo siamo consapevoli del suo invecchiamento e delle sue difficoltà anche gravi.

Ma la soluzione non è il suo definitivo annichilimento, ma le iniziative da prendere perché si rinnovi, si ringiovanisca, non si corporativizzi, non si esponga a pratiche strumentali per le ambizioni elettoralistiche di qualcuno.

Quando parliamo della difesa di COMITES radicati nella società, non ignoriamo la stanchezza di chi li fa vivere con il suo impegno volontario, la sfiducia nell’efficacia dei loro compiti, i ritardi nella disponibilità delle risorse, la delusione per l’atteggiamento dei consoli e via dicendo.

Ma anche qui, qual è la soluzione: allontanarli ancora di più dalle comunità, oppure dare loro poteri e risorse reali, l’appoggio delle autorità diplomatiche per aiutarli a diventare piccoli consigli comunali delle nostre realtà, dare loro la possibilità di usare strumenti finalmente legittimati come i Piani Paese?

Ancora, quando parliamo di un CGIE dotato di rappresentanza generale e autonomo da tutte le istituzioni perché possa diventare interlocutore verso tutte le istituzioni, non ci sfugge l’esigenza di riorganizzarlo dopo l’elezione dei parlamentari dell’estero.

Ma anche in questo caso qual è la soluzione: svuotarlo di poteri e ridurlo a sede di sporadici contatti fondamentalmente con le Regioni?

Oppure, come da qualche tempo stiamo facendo, rafforzarne la capacità di coordinamento sul territorio, a livello continentale e nazionale; renderlo più snello, alleggerendolo di alcune presenze; aprire capitoli nuovi, ad esempio con le nuove generazioni d’origine, con le donne, con le cosiddette "nuove mobilità"?

Il nostro dissenso, dunque, non è sulla opportunità di rivedere l’esistente sulla base di nuove esigenze o riformare sensatamente quello che l’impegno trentennale di diverse generazioni ci ha consegnato, ma di farlo senza recidere le radici della partecipazione e l’ispirazione di servizio che finora ha animato questi organismi.

Su questa linea siamo disponibili a scelte anche coraggiose e per qualcuno dolorose, purché non si intacchi quello che consideriamo un patrimonio indisponibile di partecipazione e di generosità di tutti gli italiani all’estero, qualunque sia la loro ispirazione culturale, religiosa o politica.

Italiani all’estero con una particolare dignità storica, costruita su sacrifici, sfruttamento, rivendicazioni, successi individuali e collettivi.

E in questo senso, in queste settimane si torna spesso sulla nascita del Museo dell’Emigrazione Italiana, voluto e finanziato dal passato governo e realizzato da quello attuale, soprattutto per il valore che esso ha di riconoscimento di quello che gli italiani hanno saputo fare nel mondo.

Siamo contenti che il Museo ci sia finalmente, anche se presto dovremo parlare seriamente della sua vita oltre il 2011, dei necessari finanziamenti perché possa consolidarsi e svilupparsi, della sua evoluzione progettuale.

Ma quale coerenza vi è tra questa scelta e lo svuotamento della rappresentanza degli italiani all’estero, come se il sistema di partecipazione democratica che essi hanno costruito in tanti anni, con l’aiuto di personalità di ogni orientamento politico, fosse una cosa del passato, una cosa da ricordare appunto in un museo?

Riorganizzazione consolare

Ricordo ancora la relazione della passata Plenaria a cui accennavo all’inizio, nella quale parlai, nonostante la nostra storia, di "diritti sottratti" agli italiani all’estero e, aggiungo oggi, all’intero Paese e al sistema Italia, al quale si vuol togliere dignità.

Poiché questo significa oggi fare tutto quello che si sta facendo e di cui ho accennato fin qui.

Questo significa, ad esempio, chiudere in maniera indiscriminata molti consolati sulla base di un puro criterio economicistico dettato da cosiddette "esigenze di bilancio".

Lasciatemelo dire: intanto mai nessuno ha veramente quantificato questi famosi risparmi, e anche se queste esigenze si rivelassero giustificate, i criteri e le soluzioni proposte non lo sarebbero affatto.

Sono convinto che con uno sforzo comune che comprenda la capacità di ascolto, il coinvolgimento del CGIE, dei Comites e degli stessi parlamentari eletti all’estero, sia possibile trovare le soluzioni alternative che rispondano si alle "esigenze di bilancio", ma che sappiano coniugarle con gli interessi dei cittadini residenti all’estero, delle imprese italiane nel mondo e dell’intero sistema Italia.

Nella riorganizzazione proposta dal Senatore Mantica, invece, si offre al Paese la chiusura di alcuni consolati con il conseguente accorpamento ad altre sedi limitrofe: provvedimenti che, a conti fatti, dovrebbero procurare un ben magro risparmio alle casse dello Stato.

In alcuni casi, invece, siamo certi si avranno addirittura incrementi di spesa, poiché le sedi di accoglimento previste nel piano di riordino non risultano adeguate allo scopo, sia in termini logistici che di personale chiamato a dare servizi a un numero molto più alto di cittadini.

E dove si troveranno, a quel punto, le risorse per questi incrementi di spesa, visto che nella prossima Finanziaria sono previsti ancora nuovi e pesanti tagli ai capitoli per gli italiani all’estero?

Semplicemente non si troveranno.

E l’effetto sarà un ulteriore aumento esponenziale di disagi anche in quelle sedi ospitanti nelle quali già oggi il personale non è sufficiente a dare un servizio celere e soddisfacente a cittadini e imprese.

Eppure di soluzioni alternative ce ne sarebbero, se ne potrebbero trovare se solo ci fosse la volontà.

Alcune sono persino state proposte e non si è avuto nemmeno un riscontro sul perché non si vogliano praticare: penso alle proposte sull’accorpamento, nella medesima sede, di diverse ambasciate italiane presenti nella stessa città estera.

Così come penso alla disponibilità di alcuni paesi ospiti che, preoccupati del venir meno dei servizi italiani, si sono detti pronti a collaborare almeno sul versante logistico, offrendo ospitalità ai nostri consolati nelle proprie cancellerie, pur di evitare le chiusure annunciate dall’Italia.  E se si è avuta spontaneamente questa disponibilità da Paesi stranieri, significa che molto di più si potrebbe fare con accordi locali.

Ma questi sono solo un paio di esempi di come si possano far coincidere le "esigenze di bilancio" con il mantenimento di servizi fondamentali.

Di come il contenimento della spesa pubblica possa contemplare le diverse situazioni locali, senza configgere con esse, anzi mantenendo integra l’esigenza di tutelare diritti e dignità dei cittadini e interessi nazionali.  Ma l’esperienza di questi mesi mi dice che manca, invece, da parte del Governo, ogni volontà di discutere, di trovare soluzioni condivise.

Riscontro un incedere spedito su binari già tracciati dai quali non si vuol deviare. E francamente non ne capisco il perché, se non quello di non voler considerare interlocutori gli organismi degli italiani all’estero, visti da questo Governo quasi come impacci e ostacoli da rimuovere, per poi arrivare a rescindere anche i legami con le nostre comunità, il mondo associativo e le nuove generazioni: i giovani.

Giovani e rappresentanza

Proprio quei giovani che già oggi, con i pesanti tagli alla lingua e cultura italiana e i ritardi (se non lo stop) alla formazione professionale, hanno visto ingigantire il pericolo della perdita di collegamento tra l’Italia e le sue generazioni future all’estero, oltre che lo sviluppo dei rapporti commerciali.

Eppure parliamo di quei giovani italiani all’estero che hanno dato prova forte e tangibile, oltre che di qualità, di quanto tengano a mantenere un rapporto con il Paese d’origine.

Un rapporto fatto di diverse componenti. Tra di esse vi sono principalmente l’identità: seppure attraverso un concetto rinnovato e adeguato ai tempi moderni di questa parola.

E la partecipazione: attraverso forme nuove, articolate e plurali.

Non guardano – come alcuni strumentalmente lasciano intendere – con sufficienza e disprezzo al tradizionale mondo associativo del passato e dei loro ascendenti (dalle società di mutuo soccorso fino alle associazioni regionali o sportive), né banalizzano il ruolo istituzionale di Comites, CGIE e consolati.  Anzi.

Chiedono e si fanno portatori di esigenze di protezione, incentivazione, allargamento e rinnovamento del mondo delle associazioni, riconoscendone l’importanza (sia per il ruolo svolto in passato che per quello che possono e devono ancora svolgere in futuro) in un rapporto stretto e diretto con Stato, regioni, università, Comites, CGIE e consulte regionali.

Chiedono principalmente a Comites e consolati, quei Comites e consolati che con troppa facilità si vuole smantellare, che siano punto di riferimento e contatto tra loro (tra i giovani) in un processo di comunicazione e coinvolgimento.

Rilanciano la necessità di agevolare il riconoscimento dei Comites presso le realtà locali dei paesi di residenza e di attribuire ai pareri che i Comites esprimono carattere vincolante.

Segno che hanno ben chiaro, nonostante la giovane età, il pluridecennale percorso (duro e difficile) che hanno fatto le generazioni precedenti sul piano del riconoscimento di diritti e dignità e per l’integrazione.

Percorso che oggi persino alcuni meno giovani e navigati hanno dimenticato o, per lo meno, si sono messi alle spalle come cosa acquisita definitivamente o tutelata e garantita dalla sola ed esclusiva rappresentanza in Parlamento.

Così non è.

La sola rappresentanza parlamentare non basta. Non può bastare.  Lo dimostrano le politiche verso gli italiani all’estero degli ultimi tempi.

Politiche che non solo non danno risposte alle istanze delle vecchie generazioni e dell’emigrazione tradizionale che va esaurendosi fisiologicamente, ma non raccolgono nemmeno le richieste di questi giovani che hanno dimostrato di essere una nuova e importante risorsa per il Paese.

Dunque in che direzione dobbiamo andare oggi? Che cosa possiamo fare?

Noi, certamente, confidiamo nella ragionevolezza e nella buona fede di tutti gli interlocutori, a iniziare da quelli che si apprestano a decidere sulla riforma della rappresentanza degli italiani all’estero.

Ma essi debbono sapere che se persisteranno su questa strada e assumeranno le decisioni che si intravedono, lo faranno contro di noi.

E non solo contro noi componenti del CGIE, ma contro la maggior parte della comunità italiana all’estero. Chiediamo loro, dunque, di fermarsi, di riflettere ancora.

Non rovinino un sistema di partecipazione e di rappresentanza che molti Paesi ci invidiano e che hanno iniziato a studiare per coglierne gli aspetti migliori e accostarli alle esperienze dei loro migranti.

Insomma, non facciamo in modo da smantellare oggi ciò che all’estero è diventato un modello da seguire e imitare. Sarebbe davvero paradossale e difficile da spiegare: una anomalia tutta italiana.

Grazie a tutti e buon lavoro.


Torna indietro